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La cravatta nera dell’ Alitalia: 54 anni dall’ eccidio di Kindu.

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“Il popolo italiano consacra alla memoria dei fratelli caduti per restituire all’Italia libertà e onore la presente Costituzione.” Così Piero Calamandrei nel libro “Lo stato siamo noi” esordisce nella commemorazione di  tutti coloro che hanno perso la vita durante la guerra. Oggi invece io parlo a nome di tutti coloro che negli ultimi tempi piangono una società vipera, in cui il veleno dissipa ogni ricordo di una nazione che si è costruita sui corpi, sulle speranze e sulla volontà di giustizia e libertà da oppressioni e criminalità organizzate, di persone che hanno dato al nostro paese molto più di convenienti accordi politici, armistizi di guerra e strategie militari. Siamo una società, fecondata agli sgoccioli della rivoluzione tecnologica e del periodo espansionistico dei più grandi investimenti pubblici, vissuta all’ ombra di una crisi che prima di essere finanziaria, viene definita da chi oggi ci governa, “valoriale” . Il punto cruciale dell’ analisi di questi nuovi Nostradamus della politica italiana, manca della genesi: i valori per essere presenti in una società devono essere tramandati attraverso la memoria del passato. Una società che non ha passato, non ha neanche un futuro  e vive come la nostra condannata al giudizio di un presente maligno e istituzionalmente negligente. Se non abbiamo valori potrebbe essere anche vero che non hanno saputo tramandarceli con dovere. Se parliamo con i nostri genitori parleranno di un paese corrotto, di una politica che si regge sul reticolo di conoscenze, un lavoro basato spesso o più sul clientelismo che premia gli amici e non i più bravi; ma se i più fortunati che li hanno ancora, parlano con i nostri nonni o bisnonni, ma anche la sottoscritta che in questo è felice di avere genitori “un po’ più in là”, questi non rinunceranno a dire che sì questo è il nostro paese, ma è anche lo stesso paese di Falcone, Borsellino, Don Diana, Ambrosoli, di Aldo Moro e di Enrico Mattei, per nominare i più “gettonati” senza togliere niente a chi non è finito nell’ attenzione dei mass-media, privato quindi di una memoria civile e dunque poi storica. Bisognerebbe leggere di più su questi uomini e sapere molte più cose anche degli uomini di cui non piace raccontare alle tv nazionali, ma soprattutto internazionali.

Un esempio clamoroso a cui è stata riservata ombra e trascuratezza dai mass-media è l’ eccidio di Kindu, che portò la morte di 13 aviatori dell’ Aeronautica Militare Italiana in missione di Pace per le Nazioni Unite, uccisi per mezzo dei guerriglieri della fazione di Antonie Gizenga. Il 30 giugno del 1960 il Belgio concesse l’indipendenza al Congo, dopo 75 anni di dominio assoluto, lasciando questo paese in una situazione di grave instabilità politica ed economica che in breve tempo portò allo scoppio della guerra civile. La regione del Katanga, la più ricca del paese, proclamò la secessione e passò sotto il controllo di Moise Ciombe. Il 17 febbraio 1961 il primo capo di governo congolese, Patrice Lumumba, venne catturato e assassinato, mandante dell’omicidio era proprio Moise Ciombe, leader della provincia secessionista del Katanga. Sono anni difficili anche per le Nazioni Unite, nelle quali persino il segretario generale, lo svedese Dag Hammarskjoeld, perse la vita in un incidente aereo in Rhodesia, mentre si recava ad incontrare Moise Ciombe. Il Congo, paese dei metalli, diamanti e altre prelibatezze per l’ appetito occidentale, era in piena guerra civile, diviso in tre fazioni: Gizengacon con le truppe del generale Lundula, che controllavano la provincia orientale; il presidente Joseph Kasa-Vubu e il generale Mobutu; e i katanghesi di Moise Ciombe, con i gendarmi guidati da mercenari bianchi, soprattutto belgi. Non esitarono le Nazioni Unite a fornire il loro supporto per aiutare la popolazione e non mancò neppure l’ aiuto italiano nella missione, con i nostri velivoli C-119 si iniziarono a portare beni di prima necessità nel disordinato paese africano. I due equipaggi italiani dela 46^ aerobrigata di stanza a Pisa, operavano da un anno e mezzo nel Congo, e il 23 novembre del 1961 dovevano rientrare in Italia. La mattina di sabato 11 novembre 1961 i due aerei al comando del maggiore Amedeo Parmeggiani e del capitano Giorgio Gonelli decollarono dalla capitale Leopoldville per portare rifornimento, sprovvisti delle dovute armi da difesa, alla piccola guarnigione malese dell’ONU che controllava l’aeroporto poco lontano da Kindu, ai margini della foresta equatoriale. La zona era sconvolta da mesi dal passaggio delle truppe di Gizenga provenienti da Stanleyville e dirette nel Katanga, reparti improvvisati i cui componenti erano spesso ubriachi, indisciplinati e dediti alle ruberie ai danni della popolazione locale; tantoché il 25 settembre precedente era morto Raffaele Soru, un volontario della Corpo militare della Croce Rossa Italiana rimasto ferito a morte proprio a Kindu nel corso di scontri tra ribelli e soldati. I missionari italiani vennero ingiustamente accusati di fornire armi ai secessionisti, come ricorda RAI Storia (per ulteriori informazioni è disponibile il video: Video-RaiStoria). Diverse centinaia di congolesi si recarono alla mensa dell’ ONU dove i nostri 13 aviatori erano stati gentilmente condotti, una villetta distante un chilometro dalla pista dell’ aeroporto, insieme a una decina di ufficiali del presidio malese. Intorno alle 16:15 i congolesi fecero irruzione nell’edificio, dove italiani e malesi, quasi tutti disarmati, si erano barricati: circa 80 soldati congolesi sopraffecero rapidamente gli occupanti della palazzina e li malmenarono duramente. Il medico tenente Francesco Paolo Remotti , cercò di fuggire ma venne ucciso e gli altri rinchiusi nella piccola prigione locale, dopo che il comandande malese, maggiore Maud, tentò invano di convincere un certo colonnello Pakassa, comandante del presidio di Kindu della non discutibile innocenza dei nostri connazionali. Quella notte alcuni funzionari della ONUC (Operazione Nazioni Unite Congo) e il generale Lundula pare cercarono di avviare un canale di trattative, tentativo molto vano considerato che quella stessa notte, i soldati congolesi fecero irruzione nella cella dove erano detenuti i dodici aviatori italiani e li uccisero tutti a colpi di mitra; abbandonati i corpi sul posto, questi furono spostati poche ore dopo dal custode del carcere che, temendone lo scempio, li trasportò con un camion nella foresta fuori città e li seppellì in una fossa comune. Ma secondo le testimonianze di alcuni i pezzi di quei corpi furono oggetto di cannibalismo, pratica ancora molto diffusa in quei territori, per essere venduti al mercato a dieci franchi al chilo come << carne di bianco >>. Non si può non dire che forse altri pezzi del corpo, furono destinati ai riti di magia nera, trovando posto nei “dawa”, cioè dei sacchetti che fingono da talismani per i combattenti. Le probabili salme furono ritrovate nel febbraio 1962  da Don Emireno Masetto, cappellano militare dell’ della 46^ aerobrigata, recatosi a Kindu, ed il 10 marzo trasferite nella base libica di Wheelus. I caduti di Kindu arrivarono all’aeroporto di Pisa l’11 marzo 1962. Il giorno dopo fu celebrato il rito funebre, alla presenza del presidente della Repubblica Antonio Segni. I militari furono tumulati nel Sacrario costruito nell’aeroporto militare di Pisa, grazie ad una sottoscrizione pubblica, dove sulle porte del sacrario è riportata la seguente epigrafe: Fraternità ha nome questo Tempio che gli italiani hanno edificato alla memoria dei tredici aviatori caduti in una missione di pace, nell’eccidio di Kindu, Congo 1961. Qui per sempre tornati dinnanzi al chiaro cielo d’Italia, con eterna voce, al mondo intero ammoniscono. Fraternità”.

Enzo Generali, giornalista e scrittore, esperto d’ Africa, ma soprattutto consigliere politico ed amico personale di Moise Ciombe, sulla rivista bimestrale di “Storia & Battaglie nel 2013 scrisse che i responsabili della strage, furono individuati ed arrestati dalla gendarmeria katanghese di Thsombè, ma successivamente liberati dalle truppe delle Nazioni Unite di stanza in Congo. “L’episodio più noto di questo fosco periodo fu il massacro di 13 aviatori che formavano parte del contingente messo a disposizione delle Nazioni Unite dal governo italiano. I piloti avevano trasportato a Kindu, nella provincia del Kivu, alcuni carri malesi e altro materiale (…). Alcuni soldati ubriachi (congolesi del generale Lundula) accusarono gli italiani (che si trovavano alla mensa in compagnia di alcuni caschi blu malesi, ndr) di essere mercenari belgi al servizio di Thsombè; tutto si svolse molto rapidamente: l’uccisione, lo smembramento dei corpi e il macabro banchetto che ne seguì. L’inchiesta dell’Onu – prosegue Generali – fu altrettanto superficiale di quella del governo congolese (che in quei giorni aveva mosso guerra al Katanga secessionista di Thsombè con l’appoggio proprio dell’Onu, ndr). Solo le indagini delle autorità katanghesi, dopo la cattura in combattimento dei veri fomentatori ed esecutori della strage, avrebbero permesso la punizione dei colpevoli. Purtroppo – ricorda ancora il consigliere politico del presidente katanghese – questi furono liberati, prima del processo, dalle truppe dell’Onu, durante gli avvenimenti che portarono alla capitolazione di Thsombè (…)

La Commissione d’inchiesta ONU giudicò il colonnello Pakassa, di 22 anni, responsabile dell’eccidio. Arrestato pochi mesi dopo, non subì alcun processo e fu scarcerato nel 1963, in tempo per fuggire a Parigi e nuovamente arrestato, la Francia ne negò l’estradizione sia all’ Italia sia al Congo. La stessa Commissione individuò anche gli esecutori materiali dell’orrendo delitto, ma nessuno poté essere arrestato né processato.

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Leggendo i quotidiani italiani dell’ epoca, non si riesce ad ottenere altra informazione storica che fornisca maggiori dettagli per la ricostruzione dell’ eccidio. La peggiore delle offese inflitte al popolo italiano e alle famiglie dei militari, è stata la modalità con cui venne data la notizia dell’ orribile massacro: pubblicata sui giornali, soltanto il giorno 17 Novembre, sebbene essa fosse trapelata il 15, dice il Corriere – “un senso di sgomento e raccapriccio”. È lo stesso quotidiano a riportare le parole di Fanfani: “la segreteria generale delle Nazioni Unite e il primo ministro congolese, nell’inviare l’espressione del loro vivo cordoglio hanno assicurato  che ogni sforzo sarà compiuto perché i responsabili dell’efferato crimine siano esemplarmente puniti”. Le famiglie delle vittime vissero l’incredibile stillicidio di notizie provocato dall’imbarazzo del governo di Leopoldville e dalla “prudenza” dell’Onu, sino alla beffa atroce del “colonnello” congolese Pakassa, il quale, prendendosi gioco di tutto il mondo, visse il suo momento di celebrità rispondendo alle pressanti richieste dell’Onu di far luce sui fatti e sulla sorte dei 13 aviatori con queste parole: «Godono di buona salute». [1]

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La causa del dramma secondo le cronache di quel tempo fu la confusione sulla provenienza dei nostri militari, accolti e poi assaliti nella base Onu alla presenza delle truppe delle nazioni unite che rimasero paralizzati senza esprimere nessun tipo di opposizione. Un mancato colpo di fucile, l’ assenza istituzionale, l’ arroganza civile, che costarono la morte di soldati italiani per una “guerra di pace” non loro.  In quel novembre sono “tredici giovani italiani, tredici figli di madri italiane” ad essere “trucidati”, come scrive ancora il Corriere, riassumendo in poche parole lo stato delle cose: “la grande questione, per cui da diciotto mesi si versa tanto sangue e si profonde tanto denaro, è se il Congo debba essere uno Stato unitario o uno Stato federale: il Katanga dovrebbe diventare un membro della futura federazione. Questo è tutto. Ora, di questo al pubblico occidentale non importa proprio niente. E neppure dovrebbe importare all’Organizzazione delle Nazioni Unite: nessun articolo della Carta delle Nazioni Unite, nessun principio di diritto internazionale prescrive che il Congo debba essere uno Stato unitario. Il Katanga non vuole aderire allo Stato unitario di Lumumba ? E non aderisca. È affare loro, dei congolesi, se lo sbrighino i congolesi tra loro. […] Per una causa che non li riguardava affatto, e che non riguardava la loro Patria, per una politica che è stata dal principio alla fine insensata – la politica delle Nazioni Unite al Congo – abbiamo mandato a morire tredici nostri fratelli in quel Paese di barbarie e di orrori”.img_2.jpg

Soltanto nel 1994 è stata riconosciuta alla loro memoria la Medaglia d’Oro al Valore Militare, con l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.

Eccone i nomi:

  • Onorio De Luca, 25 anni, di Treppo Grande (UD) – sottotenente pilota;
  • Filippo Di Giovanni, 42 anni, di Palermo – maresciallo motorista;
  • Armando Fausto Fabi, 30 anni, di Giuliano di Roma (FR) – sergente maggiore elettromeccanico di bordo;
  • Giulio Garbati, 22 anni, di Roma – sottotenente pilota;
  • Giorgio Gonelli, 31 anni, di Ferrara – capitano pilota e vicecomandante;
  • Antonio Mamone, 28 anni, di Isola Capo Rizzuto (CZ) – sergente marconista;
  • Martano Marcacci, 27 anni, di Collesalvetti (LI) – sergente elettromeccanico di bordo;
  • Nazzareno Quadrumani, 42 anni, di Montefalco (PG) – motorista;
  • Francesco Paga, 31 anni, di Pietralcina (BN) – sergente marconista;
  • Amedeo Parmeggiani, 43 anni, di Bologna – maggiore pilota e comandante dei due equipaggi;
  • Silvestro Possenti, 40 anni, di Fabriano (AN) – sergente maggiore montatore;
  • Francesco Paolo Remotti, 29 anni, di Roma – tenente medico;
  • Nicola Stigliani, 30 anni, di Potenza – sergente maggiore montatore

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Sono gli avvenimenti di cui veniamo a conoscenza che stimolano la nostra curiosità e la nostra fantasia, perciò dobbiamo fare maggiore attenzione a tutte le cose che non sappiamo perché cambiamento e giustizia richiedono sapienza, ma richiedono anche coraggio e il coraggio è solo dei Giovani.  Giovani come lo erano loro, i cui meriti erano tanti – scrive sempre il Corriere secondo Emma Moriconi – e che come tutta la gente sconosciuta divengono importanti solo quando riescono ad attirare l’ attenzione dei mass-media. Il colonnello Bitonti, comandante in seconda raccontava al giornalista del Corriere, di Parmeggiani:” un fratello. Il capo degli istruttori: gli volevano tutti bene perché era buono, modesto, quasi umile”; di Gonelli: “un altro soldato nel vero senso della parola; adorava i suoi bambini che sono piccolissimi. La femmina, Rita, ha due anni, il maschietto, Raffaele, è nato a dicembre dell’anno scorso”; di cui per la Medaglia d’ oro si legge ancora: “capo equipaggio di un velivolo impegnato di una missione di trasporto aereo nel quadro della partecipazione italiana all’ intervento di intermediazione delle Forze dell’ONU nell’ Ex-Congo, consapevole dei pericoli cui andava incontro, ma fiducioso nei simboli dell’Organismo internazionale e convinto della necessità di anteporre la costruzione della nascente Nazione all’ incolumità personale, sopraffatto da un’orda di soldati sfuggiti al controllo delle forze regolari, percosso gravemente sotto la minaccia delle armi, interveniva in difesa dei suoi uomini protestando la nazionalità italiana e la neutralità delle parti. Preso in ostaggio e fatto oggetto di nuove continue violenze, veniva barbaramente trucidato, offrendo la propria vita per la pacificazione dei popoli e destando vivissima commozione nel mondo intero. Luminoso esempio di estrema abnegazione e di silenzioso coraggio fino al martirio.» 

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Le foto di quei giovani sono ritratti che sembrano parlare. Sono tutti sorridenti. Un sorriso costato lacrime di mogli e di figli, per il quale non ha pagato nessuno, se non un paese privato di 13 valorosi militari, fedeli fino alla fine alla Repubblica Italiana e in quest’ occasione al mondo intero. Una tragedia che anche se sono in molti a saperla, rimane un segreto e non può farsi storia nei libri per una verità impunita. Dicono che la storia sia scritta dai vincitori, ma è vero anche che se non ci sono vincitori, vuol dire che bene o male essa debba ancora finire. Dobbiamo essere informati, curiosi e coraggiosi, per cambiare il mondo che non è ancora cambiato, come  Gabriele Lalatta Costerbosa che a gran voce ricorda al nuovo management dell’ Alitalia, il significato della cravatta nera, che volevano cambiare: <<Mi è molto chiaro che altri sono i problemi di cui possiamo saziarci in questo nostro disgraziato Paese ma, ad evidente insaputa del nuovo management, il nero della cravatta, per tutta la gente dell’aria italiana, militare e civile, dal 1961/62, non è un capriccio da stilisti, ma un omaggio alla memoria dei caduti di Kindu, fino a ieri gelosamente conservato, protetto e rispettato>>.

Per pretendere giustizia dove ancora non c’è, dobbiamo sapere che ogni giorno quando  parliamo con gli amici o lavoriamo con i nostri colleghi, quando educhiamo i nostri figli, nelle cose più semplici della giornata, quando andiamo a fare la spesa, quando vediamo un anziano cadere e un bambino piangere, “lo stato siamo –anche e soprattutto- noi”.

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Per ulteriori informazioni:

In ricordo di Kindu – Video

documento aeronautica

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[1] bascogrigioverde_blog

[2] Il massacro di tredici italiani nel Congo Belga, il Giornale d’ italia

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MERCATI: QUESTIONE DI STABILITA’ NON DI EFFICIENZA. E LA GRECIA ?

L’ 8 novembre 2002 , come ricorda Galbraith, a Chicago, Ben Bernanke, allora governatore della Banca centrale americana (FED), pronunciava un discorso in omaggio a Milton Friedman, nell’occasione del 90° compleanno del fondatore della teoria monetarista: “Come tutti i presenti qui sanno che Friedman e Anna Jacobson Schwartz affermarono nella loro Storia monetaria che il crollo economico del 1929-1933 era stato il risultato della deregolamentazione del meccanismo monetario del paese. Contraddicendo la visione accettata dai loro contemporanei, […] Friedman e Schwartz pensarono che ‘la contraddizione è in realtà una tragica dimostrazione dell’importanza delle forze monetarie’. […] Vorrei dire a Milton e ad Anna: riguardo alla Grande Depressione, avete ragione, è stato un nostro errore. Siamo desolati. Ma grazie a voi, non ricominceremo un’altra volta”.[1] Ma Cos’è stato, anzitutto, il monetarismo? Si sa, Friedman ci vedeva l’idea che «l’inflazione è ovunque e sempre un fenomeno monetario», cosa che significa che prezzi e moneta sono legati tra loro. Friedman credeva soprattutto che la moneta fosse una variabile politica, una quantità che la banca centrale poteva creare o distruggere a sua volontà. Se ne crea troppa, si rilancia l’inflazione; se ne crea troppo poca, l’economia rischia di crollare. Ne segue che il giusto dosaggio conduce a giusti risultati: prezzi stabili, con il corollario di quel che Friedman chiamava il tasso naturale di disoccupazione. Questo ragionamento aveva lo scopo di sostenere la sua affermazione chiave: un mercato liberato da tutti gli ostacoli è intrinsecamente stabile. Nel vangelo secondo Friedman, l’intervento pubblico è il serpente, l’intruso nel giardino dell’Eden, e la politica deve soprattutto lasciare che l’economia segua il suo corso. Era la lezione del suo famoso programma televisivo del 1980, Free to Choose, ma è anche il senso profondo del suo pensiero. Nonostante tutti i dati statistici là presentati, il libro Storia monetaria degli Stati Uniti 1867-1960, pubblicato nel 1963 da Milton Friedman e Anna Schwartz, aveva un messaggio semplice: il mercato è infallibile, solo il governo sbaglia. Di fronte alla realtà di un sistema finanziario che affonda, le banche centrali non vi trovano nessuno strumento: hanno dovuto cercare altrove gli elementi per ripensare alle loro politiche. Quasi tutte lo hanno fatto, e questo va a loro onore.          Ma non hanno ammesso di aver rievocato alla memoria i valori di J.M. Keynes e dei suoi seguaci. Scognamiglio infatti guarda come oggi, la crisi che flagella tutti i sistemi economici, riporta all’attenzione politiche economiche di natura interventista che rimandano alla tradizione keynesiana.[…]Ed è proprio questa cultura economica variegata degli uomini delle istituzioni, comunemente detti “pratici”, ad aver consentito, oggi, una rapida “riscoperta” degli orientamenti keynesiani nel momento in cui una gravissima crisi, finanziaria e reale, impone alle autorità di governo dei principali paesi l ‘assunzione di misure adeguate per fronteggiare gli effetti. Così facendo non fanno altro che mettere in evidenza il comportamento irrazionale e tanto più lontano da ogni logica di pensiero degli stessi, che credono nell’ efficienza dei mercati, nella concorrenzialità, nel liberismo, nelle aspettative razionali, e si ritrovano poi in periodi di crisi ad appellarsi a modelli che prevedono un intervento di ultima istanza, e non solo, che salvi la barca ormai in tempesta. “Keynes è morto proprio ora che ne avevamo bisogno”. Così scriveva Rai News24 alle prime luci della crisi che dal 2008 ha coinvolto il sistema internazionale. Due anni dopo il sole24ore riportava che persino un membro del board della Banca Centrale Europea, organismo anti-keynesiano per costituzione aveva affermato che in “certi casi non aver ascoltato Keynes ha portato effetti disastrosi”.(Il sole 24 ore, 28 Febbraio, 2010).         La crisi che abbiamo vissuto e che passerà alla storia, se non è già passata, non è soltanto la pena da pagare per non aver ascoltato una corrente di pensiero, ma per averne ascoltato “troppo” un’ altra. Per alcuni i mercati sono efficienti, ma il concetto di efficienza non prescinde dal concetto di stabilità, se sono efficienti possono tornare in equilibrio da sé, autonomamente, ma che i mercati siano instabili, è un fatto noto con certezza, prima dell’ intervento pubblico ai tempi del New Deal e dopo, o anche dell’ esistenza delle banche centrali.

La nostra è la conseguenza di aver creduto non nell’ efficienza dei mercati, ma nella stabilità di questi. Mentre è relativamente facile definire la stabilità dei prezzi e quindi monitorarla, altrettanto non si può dire dell’ obiettivo della stabilità finanziaria[2].

Definire la stabilità finanziaria è intrinsecamente più difficile di quello della stabilità dei prezzi, poiché essa ha varie dimensioni differenti, che non si prestano ad essere catturate da un unico indice, come avviene nel caso della stabilità dei prezzi. Feguerson (2002) la definisce per mezzo del suo contrario: è una situazione in cui qualche insieme importante di prezzi di attività finanziarie sembra deviare fortemente dai fondamentali e/o il funzionamento del mercato e la disponibilità di credito, interno ed eventualmente anche internazionale, che hanno subito notevoli distorsioni; con il risultato che la spesa aggregata devia (o ha la probabilità di deviare) notevolmente dalla capacità produttiva dell ‘economia. Anche Borio e Lowe (2002) danno una definizione simile di <<instabilità finanziaria>>.    Secondo questi autori una rapida crescita sostenuta del credito combinata con forti incrementi dei prezzi delle attività, aumenta la probabilità di un episodio d’ instabilità finanziaria. La scorsa crisi dei sub-prime ha messo in luce i punti salienti dell’ inefficienza di questo sistema finanziario: la trascurata valutazione e gestione della qualità e l ‘effetto contagio che un shock finanziario ha su scala internazionale e reale. E’ andata formandosi la promozione della stabilità finanziaria come bene pubblico globale. Nella prassi, le strategie adottate dalla comunità internazionale per promuovere la stabilità finanziaria sono cambiate nel corso del tempo in linea con l’evoluzione dei sistemi bancari e finanziari nazionali e con il graduale abbattimento delle barriere alla mobilità internazionale dei capitali favorito sia dalla diminuzione dei costi di trasmissione delle informazioni e del denaro sia da un atteggiamento generale delle autorità di regolamentazione favorevole ai principi del libero mercato. La grande depressione degli anni ’30 si pone come il momento fondante di un nuovo impianto di regole condivise a livello globale pur nel rispetto delle specificità nazionali: separazione tra banche commerciali e banche d ‘investimento, tutela della stabilità del sistema bancario a scapito della concorrenza, forte limitazione dei movimenti internazionali di capitale, convertibilità limitata e tassi di cambio fissi ma aggiustabili definiti nell’ ambito del sistema di regole di Bretton Woods. Al principio degli anni 70′, questo sistema è venuto meno per effetto di un’ ondata di liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazioni che ha interessato ogni tipo di attività finanziarie, accrescendo i livelli di competitività tra i soggetti coinvolti nell’ attività finanziaria a livello nazionale e globale, la velocità nella trasmissione delle informazioni e del denaro, ma anche dei rischi di eventuali impulsi destabilizzanti.[3] Financial instability market decline In “Fine della Finanza”[4] gli autori riassumono quattro punti salienti: 1) continuando ad usare la soluzione della liquidità si creeranno altre crisi; 2) le banche non intermediano il risparmio in maniera corretta e funzionale a uno sviluppo economico sano e sostenibile; 3) il sistema così impostato porta a una eccessiva e pericolosa accumulazione di debito; 4) E’ necessaria una riforma del sistema monetario. Dunque non è soltanto il comportamento della Banca centrale ad aver causato la Nuova Grande Depressione. I difetti intrinseci della struttura sociale, finanziaria e industriale, combinata ad una cattiva politica (come l’ abrogazione della legge Glass-Steagall del 1933) prima e dopo il crash, sono tutti fattori altrettanto responsabili del disastro, e la stessa crisi ha avuto un effetto acceleratore. Mercoledì sera, come scrive il Sole 24 Ore del 5 Febbraio scorso, gli istituti di Francoforte hanno deciso di sospendere l’ accesso al credito in operazioni di rifanziamento delle banche elleniche con a garanzia titoli di debito pubblico, garantendo comunque altre vie e non affatto esigue. Il problema sostanziale dunque dell’ economia greca e della decisione della BCE può essere visto non nell’ ottica di un problema di accesso al credito e struttura intrinseca del mercato finanziario, ma di reputazione di uno stato che potrebbe “stressare” con il riflesso periferico dei suoi titoli, il centro europeo. Per non pregiudicare la stabilità dei mercati degli altri paesi, si è chiaramente deciso di rendere l’ economia greca più instabile di quanto lo sia già. Tutto questo, d’ altronde, con la più grande forma di solidarietà garantendogli comunque una via al credito, no ? – scusate il sarcasmo – Amara consolazione per il paese a cavallo di tutta la storia Occidentale, che non si sa come funzionerà, se gli stessi operatori economici che ne garantiscono il funzionamento investendo, non vorranno mettere in circolazione un solo euro per comprare titoli di stato. A quanto è stato deciso, potrebbe accadere un gioco ripetuto di Cipro, della corsa agli sportelli per paura che la crisi peggiori e che lo stato cominci a togliere anche la liquidità ai privati. Tutto questo, perchè tale manovra puà intimorire ogni elleno, che guarda già al mercato di cui la BCE non si fa garante, come instabile, e non investirà nei titoli di Stato, ovvero nel suo paese. Tale decisione suona più del resto forse come una decisione politica, di risposta all’ avvenuta elezione di Tspiras o affonda nella calamità generale abituale dell’affidare alle banche i compiti propri dell’intervento pubblico[5] ? In una lezione di Stefano Fenoaltea compresi forse il significato delle bolle speculative: le bolle speculative, fanno parte dell’ uomo, sono il ciclo che ogni generazione deve vivere e sperimentare per non farlo una seconda volta.Magari prossimamente descriverò un modello carino ed utile di C.Kindlberger sulle bolle e l’ instabilità finanziaria, per questa volta e direi anche per quanto riguarda la nostra “bolla generazionale” abbiamo già dato! ______________________________ [1] Per ulteriori approfondimenti vd. J. Galbraith “La fine del nuovo consesus monetarista” (18 agosto 2008) [2] La definizione di “stabilità finanziaria” che dà la BCE è troppo vaga perchè possa servire da chiave di lettura delle sue responsabilità. Infatti, secondo la BCE <<la stabilità finanziaria è una condizione in cui il sistema finanziario -comprendente gli intermediari finanziari, i mercati e le rispettive infrastrutture – è in grado di reggere all ‘urto degli shock e di fare fronte agli squilibri finanziari.>> [3] New rules for a global financial system, Bancaria 2009, Michele Bagella, Paolo Paesani [4] Fine della Finanza, Amato e Fantacci (2009) [5] J. Galbraith, La fine del nuovo consesus monetarista 18 agosto 2008) Published in http://www.torquemada.eu/

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Non mi sconvolge…..Mattarella

A me non sconvolge che la destra berlusconiana e giornali d’area, parlino in questo modo del nuovo Capo dello Stato, considerando il fatto che Berlusconi per “regnare per ben 20 anni”, abbia dovuto smantellare quel partito di cui S.M. è proprio l’ immagine.

A me non sconvolge neanche Magaldi che lo accusa di essere parte di un “disegno massonico ordinato dai capi europei”. Non è che forse forse quell’ Europa, della cui stabilità economica – e oggi politica – si discute ormai da tempo, ha capito che con l’ Italia non si scherza più, e ha voluto quasi dire “ok, in questi vent’ anni vi abbiamo portato allo sfacelo, ora potete ripartire da dove vi avevamo lasciato”?

Non mi sconvolge manco che Renzi sia stato capace di sostenere una tale elezione, quanto invece il fatto che in Italia non esista una sinistra dai tempi di Berlinguer.

Non mi sconvolgono infine gli innumerevoli retroscena (grillini-filo americani), addosso ai quali viene scagliato e lati oscuri con cui viene dipinto S.M. Non mi sconvolgono affatto, considerando il fatto che non ho mai visto i poteri della magistratura e della politica riuscire in questo paese camminare nel proprio operato sulla strada del bene sociale, tenendo a mente che i più’, dei magistrati corretti, sono stati uccisi e più, dei politici corrotti, assolti.

Io dico “vedremo”.

La sola cosa che mi sconvolge è vedere questa turba oceanica di italiani scagliarsi contro le istituzioni a prescindere da connotati e colori politici delle persone che le incarnano. Proprio come nel 94′ quando presumo esultavano osannando le parole sgrammaticate di Di Pietro. Chiederei proprio a loro cosa e’ cambiato da quell’anno ? Cosa c’è di nuovo, se non che da una politica corrotta siamo passati all’assenza totale di politica, aprendo la porta agli imprenditori – onesti e corrotti- nelle istituzioni ?
A tutti quelli che soglio usare temi cosiddetti “populisti”, ricordando che il populismo non è un qualcosa di puerile e depauperante della critica politica, ma anzi il suo significato è tanto nobile quanto lo è essere “figli del popolo”; e però si schierano a favore di argomentazioni squallide e prive quasi della logica causa-effetto, io dico apertamente che uno dei principali problemi di questa Europa e della classe di politici dell’ultimo secolo va cercata nel nostro mancante sentimento patriottico e d’identità nazionale.

Uno stato domina sull’altro solo quando non c’è un popolo pronto a difenderlo. Sfortunata la terra che ha bisogno d’eroi, peggio quella che non ne ha nemmeno. Negli altri paesi non accade, perché la popolazione starà sempre dalla parte del paese e cercherà sempre di proteggere anche le malefatte dei suoi reggitori, dagli assalti dell’opinione pubblica internazionale. Una nazione dovrebbe rendersi conto che di certo non troverà in altri se non in sé stessa l’arma con cui proteggersi.
La differenza tra la nostra attuale classe politica e quella di ieri e’ che quantomeno gli uomini dei 30′ fino ai 70′ (quando il boom tecnologico sembra averci dato alla testa, insieme all’euforia dei mercati..), erano animati, almeno apparentemente, da un sentimentalismo colmo di rinascita, sacrificio e ricostruzione dalle macerie del dopoguerra.
Oggi però’ bisogna andare più indietro, e forse arrivare alle parole di Dante nel VI del Purgatorio:
“Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello!/ Quell’alma gentil fu così presta,/ sol per lo dolce suon de la sua terra,/ di fare al cittadin suo quivi festa;/ e ora in te non stanno sanza guerra/ li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode/ di quei che un muro e fossa serra./ Cerca, misera intorno de la prode/ le tue marine, e poi ti guarda in seno,/ s’alcuna parte in te di pace gode.”

Io qui non chiamerò Alberto tedesco, ma ti chiedo, Caro Presidente, prima di pensare a fare l’ Europa, ti prego, fai l’ Italia.

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IL DEBITO PUBBLICO NON E’ FIGLIO DI KEYNES

Primogenito delle disuguaglianze sociali e culturali, nasce e cresce in un contesto di austerità, speculazione e corruzione.

Nel febbraio 2012 il Financial Times pubblicò una lettera di noti economisti, tra cui Marcello de Cecco, che a gran voce incitava insieme a Paul de Grawe, la riduzione delle pressioni di pareggio di bilancio e delle misure di austerità per i paesi sprofondati in recessione. Tutto questo per la salvaguardia della famigerata zona euro. Oggi a distanza di due anni quali sono stati i cambiamenti ? Possiamo affermare che tra il malcontento dei cittadini e l’ instabilità del nostro governo, la richiesta a livello comunitario sia stata comunque soddisfatta ? Siamo usciti o stiamo uscendo dalla tunnel recessivo ?

Una recessione che per i politici di Francoforte è la peccaminosa conseguenza di aver condotto la spesa pubblica ai meandri dell’ assurdo ed al confine con l’ insostenibile. Diversamente da quanto affermò il giornalista Raffaele Vignali “non è tutta colpa di Keynes” e rispondendo al saluto posto da Franco Reviglio in “Goodbye Keynes”, sembra che anche per Papa Francesco, rappresentante di uno stato libero per natura, l’ iniquità sociale ed un’ economia basata sul principio dell’ esclusione, figurino tra i primi massi da sollevare per arginare la strada che conduce al benessere di tutti. Premesso che possa essere quantificato un limite superiore del debito pubblico, per non protrarsi verso la stagione dell’ insolvenza delle finanze statali, non si può lungamente escludere che coesista allo stesso tempo un limite inferiore, oltre il quale una riduzione dello stesso, accompagnata dalla costante presenza di basso (o quasi per nulla) tasso di crescita ed un aumento considerevole del livello generale dei prezzi portino l’ economia verso la depressione.

La Teoria keynesiana dunque solleva il dibattito, oggi divenuto politico, della scelta tra liberismo e interventismo economico. L’ interventismo promosso da John Maynard Keynes non è l’ eccesso di regolamentazione, come i critici potrebbero sostenere, ma appare più che altro il giusto prezzo da sopportare per non essere al di sotto della piena occupazione, appurato che non esista un mercato del lavoro così flessibile da non pregiudicare l’ incontro tra la domanda e l’ offerta. Egli afferma nella Teoria Generale dell’ occupazione, dell’ interesse e della moneta che i difetti lampanti della società economica in cui viviamo sono la sua incapacità di provvedere alla piena occupazione e la sua distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e dei redditi. Uno stato premonitore e non cieco, garante di quelle situazioni di diritto che il sistema economico da solo non riesce ad offrire. Uno stato equo e solidale, non corrotto e non eccessivamente severo, appare l’ unica ricetta per uscire tutti dalla Grande Crisi.

L’ analisi keynesiana concentra la sua impostazione teorica sulla stimolazione della domanda globale con variazioni della spesa pubblica, che in un certo senso favoriscano la stabilizzazione congiunturale ed il pieno impiego delle risorse. Il rafforzamento di tale assunzione proviene dal capovolgimento delle ipotesi classiche secondo cui sia il risparmio a generare gli investimenti, bensì il contrario, spiegando che nei momenti di crisi, il settore privato, sarà spinto al disinvestimento e viziosamente aggraverà la situazione economica. Lo Stato a costo di andare in deficit di bilancio, potrà programmare di effettuare spese in opere pubbliche, specie in infrastrutture, sanità ed istruzione. Egli ritiene indispensabili le strutture intermedie semi-autonome (Università, Banche Centrali, associazioni, corporazioni, sindacati) che operino secondo i principi democratici e parlamentari tra l’ individuo e lo Stato centrale, in modo tale da assicurare quel livello minimo garantito a tutti di bene pubblico (non rivale e non escludibile).

L’ intervento pubblico in deficit di bilancio è giustificato dalla presenza cronica della disuguaglianza sociale, già presente nel phamplhet del 1926 intitolato La fine del laissez-faire, dove Keynes rievoca il tema centrale dell’ equità rispetto all’ uguaglianza, criterio prevalente nei mercati concorrenziali, in cui la competitività spinge verso un benessere che “salva” e predilige chi possiede più dotazioni fattoriali e strumenti per resistere alla selezione naturale. L’ autore si serve della metafora delle giraffe a collo corto, ormai “selettivamente” eliminate dalla natura animale e si pone l’ interrogativo di quanto sia etico e socialmente accettabile che lo stesso accada in una civiltà amministrata da umani, che agiscano per mezzo di sistemi legali ed economici alla base di costrutti ideologici e non naturali. Ma non è quello che si sta verificando nelle nostre pagine di storia. I sacrifici che l’ austerità europea insita nei vincoli e nelle regole di partecipazione, ribattono continuamente l’ idea che parte di questa crisi sia dovuta all’ ingente debito pubblico prodotto dai paesi nel secolo scorso, risultato per alcuni di una spesa pubblica esorbitante ed eccessiva e dunque di politiche keynesiane. Se un aumento della spesa pubblica dovesse andare a discapito della crescita e ripercuotersi in situazioni malsane di gestione della cosa pubblica, allora perché ci sono realtà economiche in cui un alto debito pubblico è accompagnato da un consistente tasso di crescita ? E qual’ è l’ elemento impedente affinché questo si riscontri in tutte le economie ?

Immaginando una situazione in cui un normale imprenditore si trova a scegliere tra il dover chiudere la propria azienda o trovare finanziamenti per ristrutturare gli investimenti (cambiamento della tecnologia), cosa farà: chiederà un prestito alla banca di fiducia, che in garanzia vorrà una casa o parte del patrimonio aziendale, oppure venderà ad un prezzo di mercato bassissimo al primo offerente la propria azienda ? Razionalmente parlando, la seconda scelta non rientra nelle sue volontà ed ammettendo anche che decida di vendere, sapendo che di rendita non si vive, si troverà senza lavoro ed a quel punto dovrà cercare o un impiego dipendente (estremamente utopico!), ma nel caso in cui volesse riaprire una nuova attività e sperimentare un nuovo settore, avrà comunque bisogno di finanziamenti. Lo stesso accade per uno Stato, esso non vive di rendita e per crescere deve continuamente innovare la struttura dei suoi investimenti. Affermare che lo Stato non debba percorrere la via dell’ indebitamento, significa porre un limite ad investire su se stesso.

Così uno Stato non sarà capace di affrontare crisi e periodi di difficoltà senza la possibilità di sostenere l’ apparato economico sociale in cui si riflette nella sua essenza, quale aggregazione di agenti e collettività. La teoria keynesiana nasce e muore in un orizzonte di breve periodo, il che porta a credere che non sia lo stesso Keynes a parlare di aumento di debito pubblico (variabile che per sua natura debba contestualizzarsi al lungo periodo), quanto piuttosto di uno stimolo della domanda aggregata attraverso l’ iniezione temporanea e non continua di spesa pubblica, il cd moltiplicatore keynesiano.

Ci potrà essere un deficit di bilancio ? Bene, esso sarà ricoperto con le future entrate derivanti dalla tassazione, direttamente dipendente dal reddito che aumenta vertiginosamente quando anche i disoccupati trovano un posto nel mondo. Keynes non ha mai parlato del protrarsi di una situazione di squilibrio di cassa pubblica, quanto piuttosto sono le sue interpretazioni politiche e dei suoi seguaci ad averlo fatto. Non a caso Scognamiglio afferma “che Keynes era meno keynesiano di quanto si possa immaginare”.

Perché allora questa Germania e questa Europa ci chiedono di non mangiare non un altro euro di spesa pubblica ? Per paura, forse, che lo stato pur mangiando, non ingrassi a sufficienza ?

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Nel settore pubblico però non esistono “magri per natura”. Quando si sta a tavola ci si sazia e quando non è abbastanza vuol dire due cose: o che la cucina non era di pregiata qualità, o che si è preferito far mangiare l’ ospite chiamato corruzione. Entrambe queste situazioni portano qualsiasi banca a non fidarsi, dunque meglio rischiare di essere eccessivamente severi, razionando il credito, che incorrere in una clientela negligente e disonesta. La nostra storia non è tra le migliori garanzie che possiamo offrire all’ Europa.

Il moltiplicatore keynesiano, strumento di breve periodo per risollevare da situazioni di generale sfiducia e impasse economico, esiste come tale solo fino a quando non ci troviamo in presenza di corruzione ed elevati problemi strutturali, per i quali il tessuto culturale sociale fa la sua parte maggiore.

Recentemente è stato studiato da chi scrive il divario regionale esistente tra il Mezzogiorno e il Settentrione Italiano, comparando gli effetti del moltiplicatore e le cause delle divergenze. I fattori che spiegano maggiormente un reale divario sono l’ internazionalizzazione ed il capitale sociale con l’ università, rifratto della speranza che il titolo di studio possa garantire o essere un salvagente all’ elevata disoccupazione. Il basso grado d’ istruzione e del livello culturale viene giustificato dai dati relativi alla criminalità minorile, che per lo più è bassa laddove vi è un potere attrattivo dell’ università alto e viceversa, con delle eccezioni assimilabili a fattori esogeni quali l’ isolamento territoriale, le caratteristiche culturali e storiche locali. I valori troppo alti per le regioni a ridosso della punta e del tacco dello stivale, giustificati anche dalla propensione al consumo alta, esplicano da una parte la strozzatura dell’ economia bisognosa di risorse e di maggiore autonomia nel produrle (il grado di dipendenza è il doppio al Sud rispetto al Nord); e dall’ altra la maggiore qualifica di queste ultime (la propensione agli investimenti risulta similare).

La perdita di qualità potrebbe essere la somma dei singoli comportamenti convenzionali keynesiani viventi nel familismo amorale disegnato da Banfield, dove in una permanente assenza di morale pubblica, i principi e le categorie del bene e del male rimangono, ma vengono applicati solo ed unicamente nell’ ambito dei rapporti di sangue, dove il clan familiare si sostituisce nell’ offerta di beni e servizi pubblici. Si perde così il fine keynesiano del governo, definito da un grado socialmente raggiunto di felicità generale, equità e benessere.

I vincoli europei servono proprio ad evitare che si entri in una spirale – aumento della spesa pubblica, corruzione e sprechi-aumento del debito – quando invece si potrebbero inasprire le misure di controllo e sanzionatorie nei confronti dei debitori inadempienti e permettere comunque ad un certo paese una certa flessibilità di bilancio, soprattutto in presenza del veto per le politiche di svalutazione. Altrimenti, l’ unica via da perseguire sarà la politica fiscale comune, che comporta per paesi come la Germania l’ assolvimento di responsabilità in termini di sussidi e trasferimenti ad altre economie come la nostra, una realtà che fino ad oggi rientra al massimo nella fattispecie di interventi solidali e dovrebbe rientrare nel collettivo comune agire.

Non è eliminando il problema ab origine o negando che una soluzione vada presa (e anche repentinamente) che si riuscirà a toccare terra ferma in un mare di disoccupati, se il terreno delle nuove prospettive d’ investimento privato rimane infertile e secco, su qualcuno dovrà pur gravare il dovere di innaffiare, altrimenti anche se l’ Europa fa finta di non saperlo, come in una sorta di osmosi, sarà a pagare l’ inosservanza delle disuguaglianze lei stessa. Perché le disuguaglianze sono situazioni che se trascurate nei cicli, spesso figurano tra le cause principali delle recessioni, trascurarle dunque in recessione, vorrebbe dire aggravare ancora di più i costi che questa comporta. Ed ecco perché lo stesso Keynes in una lettera al Presidente degli Stati Uniti F. D. Roosvelt nel 1937 scrive che il momento giusto per l’ austerità al Tesoro è l’ espansione, non la recessione. Ma la piega rigida e austera non è solo il riflesso di paure, ma anche il retaggio della finanza speculativa che spinge verso un sempre più aumento dell’ economia finanziaria a discapito dell’ economia reale (nell’ esempio precedente il nostro imprenditore se impossibilitato ad investire, potrà solo che depositare i propri risparmi in banca, peggio ancora se estera). Motivo per cui Luca Fantacci parla di fine della finanza.

Il fenomeno delle disuguaglianze dovrebbe preoccupare non solo l’ interesse pubblico quindi, ma anche quello privato e “dei poteri forti”, perché esse alimentano stress tra i tassi di interesse nominale ed i valori di borsa. Più il mercato monetario mangerà una fetta del mercato reale, più la finanza perderà la sua funzione originaria, quale intermediario tra risparmiatori e investitori, trasformandosi da vaso comunicante in vaso costrittore con un successivo congelamento del sistema economico generale. Per il semplice fatto ovvio e scontato che il mercato monetario seleziona i propri agenti in base alle possibilità economiche, non per discriminazione razziale sia chiaro, ma per principi di competitività necessariamente basata sulla quantità di danaro in circolazione, ci sarà la conseguente morte del piccolo risparmiatore e l’ inasprimento della disuguaglianza sociale. Quando in un regno onesto e meno che corrotto, sarà data la veste di Robin Hood a governi e banche, forse esisteranno giorni migliori di questi. Contesto che però lo stesso Keynes aveva dato per scontato.

Published in http://torquemada.eu/  in http://www.siderelandia.it/

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APPELLO a tutti gli uomini europei e meridionali!

Appena spento il televisore con in onda, Porta a Porta e Bruno Vespa, ogni sera un candidato diverso, l’ altroieri Renzi, ieri un grillino. Oggi Giulio Scarpati ed ha finito con la tornata per la politica, per questa settimana, voglio presumere.

Ho solo una domanda: ma che Paese è quello dove qualsiasi partito, a seconda del governo che presiede, si lamenta e rema contro le propagande dello stesso, senza fondamenta, senza niente di niente ?

La competizione mi dicono gli sportivi, essere cosa vitale, ma leale.

Fratelli d’ Italia manifesti contro Renzi, Grillo contro Renzi..Tutti contro tutti, nessuno però è per se stesso.

Nessuno  (eccetto la lista ALDE) è per l’ Europa, l’ Europa che NON è un sogno, ESISTE!

L’ EUROPA DELL’ ERASMUS, L’ EUROPA DEL ZERO TARIFFE DI ROAMING,

L’ EUROPA DEL “NO” AL VISTO. TUTTO PERCHE’ “SEI CITTADINO EUROPEO“.

Basterebbe dire alla Germania, sempre come ricorda Gustavo Piga che al grande tavolo ci vogliamo stare anche noi e non di certo finire nel MENU’.

Ma perchè i non europeisti non capiscono che nel menù ci finiamo anche se usciamo dall’ eurozona ?

Perchè non capiscono che le variabili macroeconomiche e anche politiche (soprattutto quelle politiche!) sono cambiate rispetto a 15 anni fa  ?

Perchè non credono agli STATI UNITI DI EUROPA ?

Ma soprattutto: perchè chi non vuole stare in EUROPA partecipa alle elezioni EUROPEE ? 

Non dovrebbe avere più senso logico, pratico e anche coerente: NON PRESENTARSI ?

Troppo scomodo….

La lista ALDE, è per l’ Europa che dico io, certo ci sono perplessità in merito come:

– la presenza di membri “vecchi”, con un curriculum bello gonfio di tante sfaccettature, sintomo del continuo dedicarsi al “remoto” e mai al nuovo di questo paese

–  le voci ed i lineamenti ideologici che sembrano discordanti dal comune denominatore del pensare, operare, sentire.

Però forse credo che bisognerebbe più guardare ai singoli candidati nelle competizioni elettorali europee, perché la differenza lì la fa la persona, non la coalizione.

Lo dobbiamo fare seguendo:

1) La scelta di voler abbandonare il sentimentalismo personale aprioristico che spinge i cittadini di questi paesi a classificare in tutt’ uno, erroneamente, l’ individuo con il partito (“no io con quello no!”). Soprattutto nelle europee dove non si riscontra un individualismo di massa circoscritto alla volontà dei “capi” e neanche un’ identificazione con le altre liste con cui sono avvenute le candidature.

2) Le garanzie che per me portano con sè le persone: integrità, trasparenza, concretezza, dovrebbero essere premiate. In un’ Italia che continua a dipingersi tra l’ essere di “destra o di sinistra” il continuo macchiarsi sanguinosamente del delitto di far riaffiorare gli estremismi di massa (sono fascista, sono comunista), gli stereotipi di generalizzare e dividere nelle categorie del bipolarismo (che non c’è), e nel far rieccheggiare sempre e comunque i moventi alla base delle nostre azioni negli stessi dei nostri BIS-BIS-NONNI (lotta di massa, terrorismo contadino, imperialismo canonico ..); io ritengo che non ci sia una sottile differenza tra tutti i programmi europei, eccetto quello che vede la scelta a mio avviso un bel po’ balorda del NO ALL’ EURO. Quindi appurato che tutti vogliamo la stessa cosa: UN’ EUROPA DIVERSA, NO’ ALL’ AUSTERITA’, SI AI GIOVANI E ALLE PMI.

Ciò che mi preoccupa di più è il Sud italiano.  Anche se io sono nata e vissuta a Roma, il mio sangue pugliese scorre e ha un po’ paura.

Se votassi un nordico, chi mi da la garanzia che conosce veramente cosa significa “SUD ?”

Ma se votassi un meridionale, chi mi da la garanzia che sa battere i pugni al “Nord?”

Io voterei Rosella Castellano….

Perché conosce il meridione (è originaria di Catania), e soltanto una persona che ha il “sud nel sangue” può veramente capire le dinamiche reali che tessono la vita delle persone. Ma ha dalla sua parte la grande esperienza e maturità nella realizzazione professionale, proprio per ricordare a tutti, che

“anche se sei al sud, c’ arrivi su, eccome se c’ arrivi…”

Un grande in bocca al lupo!

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DELL’ ITALIA [estratto, “La Positività della Negatività”, ex- laboratorio di Storia]

La fine della Prima Guerra mondiale(1914-1918) coincise con una stagione di disordini sociali sia nelle città sia nelle campagne. Le lotte contadine alimentate dalle promesse che il governo aveva fatto durante il conflitto, sfociarono nell’occupazione senza successo, di terre incolte, soprattutto in alcune regioni dove numerosi erano i latifondi e forti i residui feudali, come il Lazio e la Calabria. Il ritorno alla presidenza del Consiglio di Giolitti rappresentò l’ultimo tentativo della classe dirigente liberal-democratica per tornare alle ormai irrecuperabili condizioni del periodo prebellico. Ma fin dalla sua costituzione, il governo Giolitti dovette confrontarsi con la forte coflittualità sociale, che toccò il suo apice nell’estate del 1920, con l’occupazione delle fabbriche. Il programma di San Sepolcro definito da Luigi Salvatorelli <<quanto di più avanzato possibile si potesse pensare da chi non volesse arrivare al socialismo integrale,alla democrazia diretta o all’anarchia>> pretendeva in politica estera la lotta contro tutti gli imperialismi, nonché l’adesione alla Società delle Nazioni; mentre in politica interna il suffragio universale esteso anche alle donne, l’istituzione del referendum popolare l’abolizione del Senato,quale espressione della reazione aristocratico-borghese. Contro lo Stato accentratore e burocratico-borghese di tipo giolittiano ne ipotizzava un altro, inteso come organo di armonica direzione civile e politica dell’intera nazione e garante dei diritti di libertà e di pensiero, di stampa,di religione e di associazione, nonché una politica economica di sussistenza alle classi meno abbienti. Ben diverso fu il ruolo politico assunto dal fascismi negli anni dell’ istaurazione e della dittatura. Renzo De felice afferma nella biografia del “socialista dormiente” << del fascismo Mussolini fu indubbiamente una componente importantissima;esaurire il fascismo in Mussolini sarebbe però assurdo,sarebbe una schematizzazione che falserebbe tutte le prospettive[…]Il fascismo non fu”mussolinismo”[…]soprattutto non fu un fenomeno organico,dai caratteri ben definiti,ma una realtà in continua trasformazione >>. Questa realtà in cui l’Italia sembrò sentirsi ideologicamente legata, riuscì ad estraniare e soffocare qualsiasi alito politico proveniente da correnti opposte. Che il fascismo riusci in vasta larga a confrontarsi in un consenso affermato e sostenuto dalla maggioranza lo scrivono in tanti, che il fascismo si è rivelato il “fallimento dell’Italia dei nostro padri” lo pensano in molti ,ma quasi pochi hanno ricercato la causa. Non voglio condannare o parlare altrettanto delle così ben risapute violenze che questa dittatura apparentemente “felice” è riuscita ad attuare (dalle squadre d’azione alla censura editoriale), perché significherebbe ricapitolare in un periodo della storia italiana che al giorno d’oggi dovrebbe essere storicizzato, pur mantenendone, senza giustificarlo, la memoria e la conservazione dei sacrifici che si è compiuti. Sicuramente il fascismo ha commesso il suo più grande peccato in origine: << Noi fascisti ci permettiamo il lusso di non essere democratici,dannunziani,non abbiamo nessuna ideologia morale,la nostra unica vera tattica è l’azione-(Programma di San Sepolcro) >> quando ha espresso il suo carattere dittatoriale che in una vista economica non produce progresso. Nell’edificazione del regime fascista italiano si possono distinguere diverse fasi:

  1. In un primo momento collaborò al potere con le altre forze politiche e non modificò sostanzialmente l’ordine vigente, limitandosi a ritocchi diretti a snellire certe strutture e certi meccanismi amministrativi e ad abbozzare qualche velleità tecnocratica. Gli unici provvedimenti innovatici furono la creazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e la legge elettorale con premio alla maggioranza (legge Acerbo).
  2. In un secondo periodo, terminata con il delitto Matteotti la fase in cui la repressione dell’opposizione era affidata a forze exstralegali, iniziò lo smantellamento del sistema plurastico rappresentativo: fu limitata la libertà di associazione, fu sottratto al Parlamento il controllo dell’esecutivo,venne soppresso l’autogoverno dei comuni e delle province allargando i poteri dei prefetti e preponendo ai comuni <<podestà>> di nomina governativa, fu stabilito il confino di polizia per gli elementi di opposizione; è istituito il Tribunale speciale per la Difesa dello Stato ed è ripristinata la pena di morte. Il 9 Novembre 1926 con l’ espulsione dalla Camera dei deputati dei parlamentari che avevano aderito alla secessione detta dell’Aventino ha termine praticamente l’attività legale dell’opposizione.
  3. La terza fase fu quella della << fascistizzazione dello stato>>. Il regime cercò di darsi istituzioni originali.<<Lo stato Fascista si proclamò costantemente e con grande esuberanza di toni Stato totalitario ma rimase fino all’ultimo anche Stato dinastico e cattolico,quindi non totalitario in senso fascista (Acquarone)>>.

In sintesi, nel decennio 1930-1940 il regime sperimentò una serie di formule dal totalitarismo al corporativismo,al dirigismo economico,nessuna delle quali verrà applicata fino in fondo. L’utilizzo dei modelli innovativi farà si che al momento del disastro la successione verrà raccolta dalla componente tradizionale del sistema,dalla componente <<dinastica>> e <<cattolica>>. Si ammette che sul piano economico il regime sia riuscito a creare un parco industriale differenziato,un robusto e dinamico settore pubblico,approntando un’ampia gamma di strumenti d’intervento di tipo dirigista che verranno utilizzati pienamente nel dopo guerra. Sul piano sociale il regime accelerò o per lo meno non contrastò l’ascesa dei ceti emergenti e l’accantonamento delle vecchie dirigenze. Riguardo ai ceti subalterni, pur non prefissandosi una politica di benessere, vennero tracciati i primi lineamenti di un <<Welfare State>>.Catastrofiche furono la politica militare e la diplomazia del regime. La trasformazione dello stato operata dal fascismo ebbe come suo massimo artefice Alfredo Rocco. Fu così delineata una forma di stato che secondo lo storico Canderolo aveva con quella liberale precedente un rapporto di continuità e di rottura:dall’Italia liberale il fascismo ereditava alcune istituzioni come la monarchia,la burocrazia e l’esercito;d’ altra parte rompeva con la tradizione del liberalismo parlamentare e sopprimeva completamente quelle garanzie di libertà che lo statuto Albertino,sia pure con vari limiti aveva stabilito. Partendo dalla riforma dello stato e servendosi degli ampi poteri il regime fascista creò in maniera graduale un sistema tendenzialmente totalitario che mirava a subordinare alla sfera della politica ogni aspetto della vita sociale, dall’economia all’ozio personale. Il problema dunque del fascismo,come ogni dittatura,non furono i programmi,ma il mezzo ed i metodi con cui raggiungere i fini prestabiliti. In un qualsiasi governo che abbia raggiunto attraverso un sistema elettorale la sua ascesa,rimane sempre una minoranza discorde che se non è tenuta d’occhio,diviene il malcontento della società. Mussolini ne “il Discorso dell’Ascensione” definì l’opposizione << non necessaria>>, affermando: << L’opposizione non è necessaria al funzionamento di uno sano regime politico. L’opposizione è stolta, superflua in un regime totalitario come è il regime fascista >>.

CHE FINE FECE LA DEMOCRAZIA ?

Il termine democrazia deriva dal greco δήμος : popolo e κράτος: potere, ed etimologicamente significa governo del popolo.Il concetto di democrazia non è cristallizzato in una sola versione o in un’unica concreta traduzione, ma può trovare ed ha trovato la sua espressione storica in diverse espressioni ed applicazioni, tutte caratterizzate peraltro dalla ricerca di una modalità capace di dare al popolo il potere effettivo di governare. Non voglio affermare per nessuna ragione che l’utopia politica si raggiunga solamente attraverso un sistema democratico o quant’altro, ma auspico in linea massima a delineare come soltanto questo tipo di governo,permetta la collaborazione da parte di più fronti ideologici. L’opposizione che si formava e subito repressa con la violenza,veniva sempre più da quella parte di cattolici a cui il proprio credo non era stato ancora sconfessato,come lo storico democratico Salvemini e gli altri che dal movimento di Miglioli avevano formato il Ppi del 1919;i socialisti come Nenni,ma anche dal fronte comunista,come Gramsci,morto dopo undici anni di carcere. Appurato che il sistema governativo che garantisce anche il rispetto e la tutela della minoranza (negatività) sia uno stato di tipo democratico, cerchiamo di esaminare chi di quel vasto repertorio cattolico abbia riflesso questo principio. Dopo l’attentato contro il Duce, fu condotta un’inchiesta su un uomo, che si stava inserendo nel mondo politico, accusato di austriacanesimo.

Segretario:<< Parliamo delle responsabilità politiche,come capo del Ppi>>

D:<<Nei partiti talora il capo dirige,talora subisce le azioni dei suoi. Tuttavia dichiaro di assumere tutte le responsabilità per il periodo che mi riguarda>>

S:<<Anzitutto lei si sente italiano?>>

D:<<Se mi ponesse tale domanda con riferimento alle accuse sollevate contro di me, mi dovrei rifiutare di rispondere>>

S:<<No, indipendentemente da ciò, risponda>>

D:<<Risponderò così: sono sempre stato italiano e ho l’orgoglio di essere italiano>>

S:<<M’immagino che le differenze principali tra lei e il fascismo vertano sulla politica interna>>

D:<<E’ tutto il concetto dello stato fascista che non posso accettare. Vi sono dei diritti naturali che lo Stato non può conculcare. Non posso accettare l’accentramento eccessivo,l’attuale disciplinamento,come lo chiamiamo adesso, delle libertà.>>

S:<<Ma voi volete la libertà assoluta>>

D:<<No,la libertà regolata dalle leggi,ma qui l’autorità dello Stato ha dei limiti.>>

S:<<Dite che non volete la violenza?>>

D:<<Certo>>

S:<<Ma lo stato deve difendersi.>>

D:<<Sicuramente, ma allora non si tratta di violenza, ma di forza del diritto.>> […]

S:<<Cosa ne pensate dell’attentato?>>

D:<<L’attentato è moralmente un delitto,politicamente un errore, perchè attualmente l’ordine sociale è associato alla persona di Mussolini>>.

S:<<E se è cosi non crede sia doveroso abbandonare ogni propaganda di idee antifasciste che fanno germinare nei cervelli ammalati l’idea del delitto?>>

D:<<Devo rifiutarmi di credere che una legale propaganda di idee giuste o affermazioni di dissenso contro il governo,(dunque un ‘opposizione)possano portare a tali conseguenze. Bisognerebbe smentire la storia del mondo […] E’ vero che ogni governo ha bisogno di un certo stimolo, di un”pungolo” se volete,anche se non mi piace molto la parola perchè riguarda i buoi, ma comunque io accetto anche il “pungolo” ad una condizione: che ad un certo momento quelli che stanno pungolando scendano dal carro e si mettano anch’essi alla stanga e dimostrino di saper tirare >>

Alcide De Gasperi

 

La nostra costituzione nasce più o meno da qui.

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